La Scuola studia il bullismo

Oggi siamo qui per raccontarvi un’interessante giornata di formazione  alla quale abbiamo avuto il piacere di partecipare.

Il seminario è stato organizzato dal gruppo giuridico Norberto Bobbio, che da anni propone nelle scuole attività legate alla diffusione dell’idea di legalità  e con il quale la nostra scuola ha stretto un proficuo rapporto di collaborazione.

All’ incontro hanno partecipato docenti, dirigenti, genitori, educatori ed operatori della scuola che si sono confrontati con gli esperti sul delicato tema del bullismo nelle sue molteplici manifestazioni.

Cercheremo di ripercorrere in questo articolo le fasi principali della serata, offrendo ai lettori spunti di riflessione su questo tema che ci interessa e coinvolge tutti  in prima persona.

Coordinano  Antonio Minisola, presidente del Tribunale dei Minori di Sassari,  e Cristina Fanelli, presidente del gruppo giuridico Norberto Bobbio.

Apre i lavori  Mariano Brianda, presidente  della Sezione Corte d’Appello di Sassari, il quale sottolinea che questa sarà solo la prima di tante iniziative in programma,  affinché la scuola sia in grado di dare risposte strutturate  a questo fenomeno  e possa realizzare un intervento adeguato. “Il bullismo è come un contenitore: capire il bullismo per intervenire efficacemente significa conoscere quello che sta dentro questo contenitore.” Non bisogna pensare che l’unica risposta sia quella giudiziaria o punitiva (anzi, quella dovrebbe proprio essere l’ultima soluzione alla quale ricorrere!), ma perché questo avvenga è necessario conoscere, prevenire e collaborare con tutti gli enti presenti nel territorio.

Guido Vecchione, Magistrato del Tribunale dei minori, esordisce dicendo che il bullismo  è un fenomeno che esiste da sempre, ciò che è cambiato sono le dinamiche e le potenzialità legate, oggi, soprattutto all’ innovazione tecnologica.

Gli insegnanti, in collaborazione con Questura e Magistratura, devono svolgere attività di prevenzione: porre attenzione ai potenziali aggressori e vittime, dialogare con le famiglie, servizi sociali, polizia e Tribunale dei minori.

Prende la parola Luisella Paola Fenu, Pubblico Ministero del Tribunale dei Minori di Sassari che illustra il funzionamento e l’organizzazione della struttura giudiziaria e pone l’accento sull’ aspetto rieducativo degli interventi proposti che sono sempre e comunque rivolti alla salvaguardia del minore che commette reati.

La giustizia minorile, infatti, ha un alto tasso di successo grazie all’ istituto della messa alla prova e ad interventi precoci che evitano che il minore possa commettere altri reati.

Spesso nei ragazzi ciò che manca è la consapevolezza della colpa o della gravità delle azioni che  pongono in essere.

Ritorniamo ad un tema che ci ha accompagnato durante tutta la serata:

prevenzione, conoscenza, osservazione.

Così come in ambito giudiziario, anche in quello scolastico  la risposta non dovrà  essere punitiva ma educativa.

L’insuccesso scolastico di un solo ragazzo è un insuccesso della scuola.

Il successivo intervento è affidato a Bibiana Pala, Vice Questore aggiunto e  capo della squadra mobile di Sassari.

Come già anticipato da Brianda, anche la Dottoressa Pala sottolinea che la risoluzione del fenomeno non deve essere delegato  alla polizia; l’intervento delle forze dell’ordine deve avvenire solo quando tutte le altre soluzioni si sono rilevate inefficaci.  Si pone ancora una volta l’accento sulla necessità di individuare risposte strutturate ed efficaci.

Il vicequestore insiste sul dialogo con la scuola e con gli alunni in termini di prevenzione, su iniziative che coinvolgano studenti ed enti del territorio affinché i ragazzi abbiamo consapevolezza delle loro azioni e delle conseguenze. Sottolinea che “spesso i ragazzi non percepiscono il disvalore dell’azione che compiono,  e ancora meno lo percepisce il ragazzo che si avvale dei social network per fare del male garantendosi l’anonimato”.

La parola passa ai rappresentanti della scuola, con gli interventi dei dirigenti scolastici.

Il primo è affidato a Maria Paola Curreli, D.S. del Liceo Scientifico Spano.

“Il bullismo è cosa di scuola”: il bullo, la vittima, i testimoni sono persone con le quali abbiamo a che fare tutti i giorni, tutto il giorno. A scuola, il dialogo costante e l’osservazione attenta e continua sono fondamentali. In maniera sempre più insistente emerge che “chi non è conforme diventa o può diventare vittima”. Cita il bullismo omofobico, quello più difficile da affrontare perché gli stessi compagni hanno difficoltà ad empatizzare con la vittima per paura di diventare loro stessi vittime. I D.S. devono sostenere i docenti che non devono essere lasciati soli. Così come la magistratura opera delle indagini, allo stesso modo deve operare la scuola: parlare con i ragazzi, raccogliere le testimonianze e proporre soluzioni educative.

Prende la parola la nostra D.S. Patrizia Mercuri, dell’I.C. San Donato.

Riflette sull’importanza della prevenzione, e dice che la nostra scuola cerca di arginare e prevenire il fenomeno  proponendo da anni percorsi legati alla legalità e all’ inclusione in collaborazione con la Polizia di Stato, il gruppo giuridico N.Bobbio e  altre associazioni che si occupano  del problema, con attività che quotidianamente trovano spazio nelle nostre  aule.  La nostra D.S. insiste sul’idea di scuola come comunità educante, come luogo interiore consapevole di crescita in cui si lavori in primo luogo sull’ intelligenza emotiva, sull’ empatia per canalizzarli in una direzione adeguata e per riconoscerne gli impatti nell’ambiente di appartenenza. I docenti devono essere formati su questi temi per saper riconoscere situazioni a rischio, perché anche  “chi è bullo non sta bene con se stesso”. Conclude l’intervento portando all’ attenzione della platea un “caso” che abbiamo affrontato nella nostra scuola e che si è risolto proprio grazie ad una rete di collaborazione tra scuola, servizi sociali e tribunale dei minori.

Lorenza Bazzoni, psicologa, consiglia di porre attenzione ai comportamenti dei bambini fin dalla scuola dell’infanzia, di  iniziare il prima possibile l’osservazione perché certi atteggiamenti sono precoci.

Il bullo è una persona fragile, che riversa violenza sugli altri. Propone una riflessione partendo da uno studio di Albert Bandura, psicologo canadese: “il disimpegno morale è strettamente connesso alle emozioni morali: la colpa e la vergogna. Fra i meccanismi di disimpegno  morale, quello più utilizzato dal bullo è la DEUMANIZZAZIONE (Menesini, Fonzi, Vannucci, 1997). Consiste nell’ attribuire alle vittime un’assenza di sentimenti umani che frena il nascere o lo svilupparsi del senso di colpa di fronte alla loro sofferenza. Nel Cyberbullismo l’assenza di un contatto reale tra il bullo e la vittima potrebbe facilitare la deumanizzazione.”

Ci mostra un’eloquente vignetta di Bruno Bozzetto, proposta dall’ordine degli psicologi della Lombardia.

Sottolinea che in un ragazzino che dietro uno schermo si sente onnipotente si cela un malessere.

Anche in questo caso una riflessione sulle emozioni e sull’ empatia.

Conclude gli interventi degli esperti Filippo Dettori, docente di didattica e pedagogia speciale dell’Università di Sassari.

Riprendendo il discorso della nostra D.S. sull’ intelligenza emotiva ricorda che le life skills sono citate e reputate fondamentali dall’ Organizzazione mondiale della sanità.

“Per insegnare non basta sapere, ma occorre creare all’interno della scuola un ambiente educativo dove si cresce e si diventa cittadini” dice il Prof. Dettori  e sottolinea che questo ce lo ricorda l’UNESCO, quando ci  indica nelle seguenti finalità educative i pilastri sui quali la scuola deve reggersi e lavorare.

Prima di passare al dibattito e agli interventi, Mariano Brianda prova a trarre delle conclusioni di questa prima ed interessante serata: la scuola non deve essere isolata, deve lavorare sulla prevenzione, sul monitoraggio dei comportamenti degli studenti,  deve farsi carico del problema senza negarlo o scaricarlo ad altri, fare l’istruttoria di eventuali situazioni lavorando in squadra, mettersi in gioco e lavorare sui ragazzi creando una doppia consapevolezza:

– sull’esistenza dell’altro

– sulla consapevolezza del reato.

Si apre un interessante dibattito e scambio di esperienze che porta ad ulteriori spunti di riflessione.

Al termine di questa giornata, alla quale auspichiamo  ne seguano delle altre, siamo maggiormente consapevoli della fondamentale importanza di promuovere modalità più evolute di cooperazione tra pari e tra ragazzi e adulti per lo sviluppo di competenze legate alla comunicazione e alla relazione efficaci e mirate. Azioni che tendano a limitare, a ridurre atteggiamenti di sopraffazione verso i deboli, rifiuto della diversità, omofobia, razzismo.

Grazie a tutto il Gruppo Norberto Bobbio, e alle nostre tutor  Mena Pipicelli e Cristina Fanelli.

Articolo curato dalle docenti Defalchi, Foddis, Santona.

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