Parole da salvare

Da piccola amavo le parole, e ancora adesso mi sembra di sentirne il profumo, la rugosità, la melodia. Ricordo che certe volte mi annoiavo e se in casa non trovavo un libro che facesse al caso mio, salivo sulla sedia più alta, mi arrampicavo sulla libreria e prendevo il dizionario Zanichelli. Ogni tanto andavo in ordine alfabetico e ogni tanto invece aprivo le pagine a caso. Leggevo un po’ di parole, alcune conosciute altre no, e lo riponevo nello scaffale. Anche con i libri facevo così: sceglievo le parole che mi piacevano e le sottolineavo.

Ci sono parole che suonano bene, che fanno vibrare qualche corda e non sempre si capisce il motivo. Sta di fatto che ci sono parole belle, morbide, che accarezzano, e altre che stridono e fanno venire freddo. Emily Dickinson, poetessa di una sensibilità fragile e potente allo stesso tempo, recitava così: Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo quel giorno comincia a vivere.
Già: le parole vivono se vengono utilizzate, altrimenti perdono ogni loro suono.


È per questo motivo che trovo encomiabile AreaZ, l’iniziativa della Zanichelli per salvaguardare le parole che rischiano di essere dimenticate. In un contesto tecnologico e ad alta velocità come quello in cui viviamo, si cerca di sfruttare il nuovo per far sì che il vecchio continui a vivere dignitosamente: ed è così che le parole sbuffate da vecchi dizionari polverosi vengono salvate dai tablet. Nelle piazze di diverse città tra cui Torino – patria di Pavese, Ginzburg, Soldati e tanti altri maestri della parola – un enorme schermo dotato di touch screen permetterà ai passanti di scegliere una parola da proteggere e condividerla sui social network, con relativo significato del termine. Per i più tradizionalisti e amanti della carta, sarà invece possibile spedire le parole salvate tramite una cartolina.         

Prendersi cura delle parole, metaforicamente e no, è un modo bellissimo per arricchire non solo il bagaglio culturale proprio e delle generazioni future, ma anche un’occasione per allargare gli orizzonti linguistici e trovare parole sempre nuove per descrivere il proprio sentire.

Personalmente, tra le parole che salverei ci sono balocchi, orpello, astruso e sacripante. A volte quando parlo o scrivo qualcosa di strambo, mi dicono: “Questo termine lo usate tu, il mio trisavolo e Leopardi”.
Fatemi sentire meno bislacca: quali sono le parole desuete che vorreste tutelare?

Maestra Silvia, da capo nord, Forlanini

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