La mia scuola a colori

Nella mia scuola funziona molto un metodo antico come le montagne: parlarsi guardandosi negli occhi. Certo, non tutti ce la facciamo: vuoi per timidezza, vuoi per altre difficoltà. Però in questi casi cerchiamo sempre una soluzione, come quella del piccolo M., nero come la notte, che non parla ma mi stringe forte la mano e le risposte alle nostre domande le capisco da quella manina: da quanto stringe la mia, da quanto trema, da quanto suda. Ci piace sederci in cerchio e guardarci in faccia, come i tenores quando cantano o alcune tribù africane che danzano sotto il sole. Lì seduti ci sentiamo al centro del mondo: piccoli ma grandi allo stesso tempo. Ci sentiamo docile fibra dell’universo accanto ad altre fibre come noi, seppur così diverse: A. ha grandi occhi verdi, G. capelli rossicci, E. le lentiggini spruzzate sul naso, J. ha le ciglia più lunghe dei capelli. Il nostro è un cerchio coloratissimo, ma noi mica ci facciamo caso: non stiamo lì a pensare che G. ha un colore diverso da L. e R. è più marroncino di S. Anche perché poi c’è A. che batte tutti, anche se quando fa gli autoritratti si dipinge con il viso rosa. Quando facciamo il giochino delle differenze, le trovano tutte, ma proprio tutte: “Lui ha le scarpe bianche e io nere, lei ha le codette e io le treccine, a lui mancano due denti davanti e io ce li ho tutti”. Mai, mai “Lui è nero e io bianco”. Ce lo dimentichiamo quasi, tranne in certe occasioni. A Carnevale, per esempio. “Maestra, ricordati i trucchi chiari, se no come fai a dipingere la faccia di A.?” Ma anche quelle di B., C, D. e via con mezzo alfabeto. Perché in una delle mie classi, per esempio, su sedici bambini ce ne sono ben dodici nati da genitori non italiani. Abbiamo la Romania, il Bangladesh, il Senegal, la Cina, la Polonia, il Belgio e ben due piccolini che ci tengono a dire che loro hanno origini napoletane! Gli altri appartengono al Regno di Sardegna, ovviamente. Quant’è bello passare tra i banchi durante la ricreazione e vedere che si scambiano leccornie made in China, cereali bengalesi, tiricche sarde, pizza margherita, crépes francesi e patatine americane. Il piccolo bengalese che i primi giorni di scuola, non sapendo come funzionasse una scuola italiana, alla ricreazione portava la pastasciutta, rimarrà negli annali.
Comunque, dicevo, funziona così: ci sediamo in cerchio e parliamo. Non siamo mica costretti a parlare tutti, però piano piano ognuno di noi vuole intervenire per dire la sua. L’altro giorno, per esempio, ci siamo chiesti cosa succederebbe se un giorno un signore dicesse ai nostri compagni che non sono nati in Italia o hanno genitori stranieri: “Dovete tornare nei vostri paesi”. Eh, già: “Cosa succederebbe?”, abbiamo chiesto. Ci hanno guardato come se fossimo impazzite. “Ma come?” ha chiesto A. con il suo accento sassarese. “E poi chi rimane in classe?”. Resterebbero in quattro: hanno presto fatto i conti, G. e L. con gli occhi già pieni di lacrime. “Io… io a questo signore gli direi: ma cosa vuoi? Vai, vai, e fatti un giro!” ha aggiunto R., sassarese, furiosa. E subito dopo, A., anche lei sassarese, ha aggiunto: “Io gli direi: ma tu chi sei per decidere questo, il presidente?”. Io e la collega ci siamo guardate, sospirando pesantemente. I bambini hanno continuato il dibattito, dicendo che non potrebbe mai succedere una cosa così, perché ognuno può decidere dove andare e, come ha detto A. con i suoi sette anni di saggezza: “Viviamo in uno stato libero”. Abbiamo deciso di proporla come Presidente del Consiglio. Domani. È pronta. Abbiamo fatto un po’ di “giri” di interventi, e tutti, tutti, hanno preso la parola. Ma soprattutto, tutti i bambini pensavano che la nostra domanda fosse così astratta, così assurda e lontana da noi, che boh… queste maestre sono proprio strane e a volte volano alto con la fantasia. Io non lo so cosa succederà domani, cosa succederà tra un anno e quando questi piccoletti diventeranno un po’ più grandi: non so dove saranno, non so nemmeno se potranno scegliere dove restare o dove andare. Non lo so e mi fa male pensarci. So però che spero di vedere il più a lungo possibile i loro girotondi colorati, le merende internazionali, i trucchi sulla pelle e scene come quelle che accadono puntualmente alla consegna delle schede o alle riunioni con le famiglie: noi maestre che parliamo e N. seduto accanto alla nonna che traduce in arabo quello che diciamo, L. che sussurra nell’orecchio della mamma, in rumeno, le istruzioni per la gita, e tutta la babele di lingue, dal sardo al cinese, passando per il polacco, il rumeno, il bengalese, il francese, che si mescolano tra loro e creano quel bellissimo caos che siamo noi, cittadini del mondo.

da maestra Silvia, cittadina del mondo

e da quel di SD

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